Batte il pian d'Estremadura
Indomabile un destrier;
Triste è il regno, e n'han paura
Duci, prenci e cavalier.
– Chi gli ponga freno e sella.
Pur ch'ei sia di nostra fé,
Sarà sposo d'Isabella,
Sarà genero del re. –
Così va di terra in terra
Proclamando un banditor;
Da sei mesi son ch'egli erra.
Né comparve il prode ancor.
Di Granata e di Castiglia
Le contrade visitò.
Vide Cadice e Siviglia,
Tago e Duro valicò.
D'Ovïedo e di Pamplona
Trascorrea le piazze invan,
E la Murcia e l'Aragona
E il bel suolo catalan.
Ma un oscuro di Biscaglia,
Ricco sol del proprio cor,
Si proferse alla battaglia
Col selvaggio corridor.
Ai magnati parve strano
Quel coraggio, e lo beffâr:
– Se non hai la striglia in mano
L'arte tua non potrai far. –
Non rispose, ma contenne
La giusta ira dentro sé;
Ed attese finché ottenne
D'esser tratto innanzi al re.
Quivi giunto, tal ragiona;
Ma pria il capo si scoprì:
– È egli ver, sacra corona.
Ciò che intesi da più dì?
Che chi ponga freno e sella
A un destrier che terror dà,
Sarà sposo d'Isabella
E tuo genero sarà? –
– È mio bando quel che s'ode,
La risposta fu del re;
Questo il premio fia del prode,
Purché sia di nostra fé. –
Tacque appena, che il valente
Mosse pronto pel sentier.
Dove appar più di sovente
L'indomabile destrier.
Poco va che fiero ascolta
Un nitrito rimbombar,
E la gente in fuga volta
Solo il lascia a battagliar.
Era il sole a cader presso,
E il re stavasi al veron,
Isabella avea da presso
E moveale tal sermon:
Partì, sorto appena il giorno.
Quell'ardito biscaglin;
Cade il sol, né fa ritorno,
Qual ne pensi sia il destin? –
E la figlia rispondea:
– Padre mio, non so temer;
Molto il volto promettea
Dell' incognito stranier. –
Disse appena, che di grida
La contrada risuonò:
Riede il prode, e seco guida
Il destriero che domò.
Una folla gli fa scorta
E festeggia il suo valor;
Ei seuz'altro al re si porta
Con a mano il corridor,
– Ecco, ei dice, freno e sella
Il destriero ebbe da me:
Mia la mano è d'Isabella,
E mio suocero tu se'. –
Si conturba a quell'accento
Il monarca, e vorria già...
Ma un avanzo di spavento
Verecondo e mite il fa.
Indi parla: – Ardita inchiesta,
Biscaglin, t'ascolto far;
Il tuo stato manifesta,
Perch'io sappia a chi parlar.
– Di ciò allor non mi chiedesti
Che a pugnar venni per te;
Il mio stato son miei gesti,
Essi parlano per me.
A te basti saper questo
Che anch'io venero Gesù:
Di me al cielo è noto il resto
Che m'arrise e meco fu. –
Ma il monarca gli ripiglia:
– Biscaglin, garrir non vai,
Non fia sposo di mia figlia
Chi non è sangue real.
Chiedi vesti, chiedi anella,
Ogni cosa avrai da me:
Ma non chiedermi Isabella
Se non sei sangue di re. –
– Non di vesti, non d'anella
Il mio patto fu con te,
A concedermi Isabella
Obbligasti la tua fé. –
– Del mio regno ogni altra bella
Con gran dote avrai da me;
Ma la mano d'Isabella.
Non avrà chi non sia re. –
– Non parlarmi d'altra bella.
Non vo' dote aver da te:
Io pugnai per Isabella,
La tua fede attienmi, o re! –
– Or ben dunque quinci parti.
Arrogante avventurier:
E tra noi più non mostrarti.
Se vuoi vivo rimaner. –
Tacque l'altro e un guardo bieco
Sul monarca fulminò.
Poi si mosse e trasse seco
Il destriero che domò.
Non s'intese più novella
Né di lui né del destrier,
Ma sul volto d'Isabella
Siede un torbido pensier.
Indi a un anno un re potente
A richiederla ne vien;
Non ricusa ella, né assente,
Sempre tacita si tien.
Ma il re padre ha pattuito,
E le nozze si bandîr;
Da più parti al sacro rito
Genti veggonsi venir.
Nell'augusta cattedrale
Più e più calca ognor si fa;
Colla mitra e il pastorale
L'arcivescovo v'è già.
Sulla porta in volto tetro
Stan valletti e alabardier
Per tener la plebe addietro
E far largo ai cavalier.
Già il real corteo s'appressa
Delle trombe in mezzo al suon,
Incominciasi la messa,
E al suo posto ognun si pon.
È l'altar parato a festa,
Molte son le faci e i fior,
Isabella è in bianca vesta
Tra lo sposo e il genitor.
Una voce sorda sorda.
Che scorrendo intorno va,
Di Biscaglia l'uom ricorda;
Dice alcun: S'e' fosse qua!
Ma il tremendo ufficio e santo
Non appena incominciò,
Della chiesa in qualche canto
Un tumulto si levò.
Manda l'organo un concento
Quasi il tocchi arcana man.
Ogni lume a un tratto è spento,
E rimugge il tuon loutan.
Poi de' molti in terra sparsi
Aprir vedesi un avel,
E un destriero in su levarsi,
Cui ravvisa ognun per quel,
Quel che sella s'ebbe e freno
Dall'oscuro avventurier,
Dopo aver di tema pieno
Il monarca e il regno intier.
All'orrendo apparimento
Chi stia fermo più non v'è:
Tutti incalza lo spavento,
E cogli altri sposo e re.
Ma colei che al rito venne
Senza opporsi né assentir,
Al suo posto si mantenne,
Mentre gli altri via fuggir.
Il cavallo a lei da presso
Si va tosto ad accosciar,
Ed invitala sommesso
Sul suo dorso di montar.
Confidente la donzella
Su vi sale e piglia il fren,
E il destrier con essa in sella
Fugge al pari del balen.
Fuori uscito della chiesa
Tutta scorre la città.
Poi de' campi la via presa
Dove andasse alcun nol sa.
Lo spavento a mano a mano
Nella plebe si calmò.
Ma calmarsi cerca in vano
Il monarca, che niol può.
Crede ognor tra un rito pio
Spenti i cerei di veder,
Ode sempre un calpestio
Come zampa di destrier.
Chiede a ognun che gli s'accosta
D'un stranier che dee arrivar;
Ed udita la risposta,
Si rimette a interrogar.
Così visse senza mente
Presso a un anno, e poi mancò,
E al più prossimo parente
La corona abbandonò.
Non s'intese più novella
Dell'ignoto avventurier,
E ne manco d'Isabella
Che scomparve sul destrier.